La Sicilia ha la legge sull’acqua pubblica: l’assemblea regionale ha approvato la riforma

La Sicilia ha la legge sull’acqua pubblica: l’assemblea regionale ha approvato la riforma

Acqua-pubFortemente voluta dal M5S, che fin dal primo giorno del loro ingresso nel parlamento siciliano ne hanno fatto il loro cavallo di battaglia, finalmente dopo innumerevoli vicissitudini e cambi di rotta repentini da parte dei vari assessori al ramo che si sono susseguiti, lunedì 10 luglio in tarda serata, l’assemblea regionale ha approvato l’intero articolato della riforma sull’acqua pubblica.

La riforma prevede nove Ambiti territoriali ottimali (Ato) che potranno assegnare la gestione del servizio a una società pubblica, mista o anche ai privati ma solo in caso di offerta vantaggiosa.

In Sicilia dunque l’acqua torna in mani pubbliche e al momento è la sola regione italiana ad avere rispettato il voto referendario dei cittadini. Qualcuno ha già obbiettato che la norma è contrasto con il decreto “Salva Italia”, ma dimentica che la Sicilia è una regione a statuto speciale, anzi per dirla tutta è quasi una nazione a se, essendo peraltro l’unica ad avere un parlamento (il più antico del mondo, risale alla fine del 1100) con tanto di onorevoli, al contrario delle altre regioni che hanno consigli e consiglieri regionali.

La riforma dell’acqua oltre a farla tornare in mani pubbliche, contiene anche alcune norme di solidarietà sociale, come la garanzia di un quantitativo “minimo vitale” di 50 litri al giorno per i cittadini morosi e un fondo a sostegno del pagamento delle bollette delle famiglie meno abbienti. Un emendamento voluto del governo Crocetta, prevede che l’acqua che non può essere utilizzata per fini alimentari abbia una tariffa scontata del 50%.

Ma analizziamo nel dettaglio le novità che riguardano la gestione. La riforma incentiva l’affidamento al gestore pubblico ed a scegliere il proprio modello gestionale sarà la stessa assemblea dell’Ato, il tutto dovrà essere fatto attraverso procedure di evidenza pubblica. Il ricorso ai privati sarà possibile ma solo nel caso in cui si dimostri che prezzi e tariffe sono più convenienti rispetto alla gestione pubblica. Non saranno inoltre più possibili le convenzioni pluridecennali come fatto per le gestioni passate affidate ai privati (ci sono stati casi di affidi trentennali). Ogni affidamento ora, non potrà superare i nove anni. Previste anche clausule di salvaguardia, in caso di interruzione del servizio per più di quattro giorni ad almeno il 2% del bacino, il gestore privato andrà incontro a una maxi-sanzione compresa fra i 100 e i 300 mila euro per ogni giorno di interruzione e alla possibilità di risoluzione del contratto. Infine la riforma dovrà comunque garantire gli attuali livelli occupazionali.

Tutto bene? Quasi, rimane il problema di quei comuni che si erano “affrettati” a consegnare l’acqua al gestore privato e che sono vincolati da un contratto a volte trentennale. Emblematico è la gestione della società “Girgenti acque”, caso approdato in parlamento per gli aspetti poco chiari che presenta. Ebbene in questo ATO, metà dei comuni sono rimasti, disobbedendo alla legge, alla gestione pubblica, l’altra metà si trova nelle mani (poco rassicuranti) di “Girgenti acque” e dovranno sorbirsela a meno di clamorose sorprese, per tutta la durata del contratto. Quindi chi non ha rispettato la legge, si vede premiato, chi è stato ligio bacchettato.

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