4 domande sul Jobs Act al dott. Alessandro Corbelli

4 domande sul Jobs Act al dott. Alessandro Corbelli

A.CorbelliDal 7 marzo di quest’anno, entrano in vigore i decreti legislativi 22 e 23 del 4 marzo 2015, ossia il nocciolo duro del Jobs act. Il governo non perde occasione per declamarne le virtù, i vantaggi e i miglioramenti che ha già apportato alla disoccupazione. Ma è veramente così?

Abbiamo chiesto al dott. Alessandro Corbelli  – scrittore ed autore del romanzo “CASTELLI DI SABBIA” EDIZIONI VERTIGO – cosa ci sia di vero nelle dichiarazioni di Renzi e del ministro Poletti. Lo abbiamo fatto senza giri di parole mediante quattro semplici domande.

Ecco le quattro domande.

Prima domanda : Lo scopo del Jobs Act, è quello di creare nuovi posti lavoro, dalla sua entrata in vigore ad oggi, ha raggiunto il suo scopo? Quindi, quali sono secondo lei i risultati raggiunti da questo provvedimento?

Risposta: Tracciando un bilancio dei primi sette mesi del Jobs Act, o meglio, sette mesi con il nuovo contratto a tutele crescenti, il cuore della riforma del lavoro del governo Renzi, possiamo affermare senza alcun dubbio di aver fallito il suo scopo.

I risultati raggiunti, indicano un tasso di disoccupazione giovanile al massimo storico: 44,2%.

Il tasso di occupazione dei giovani è al minimo storico: 14,5%.

Così anche in generale: l’occupazione giù al 55,8%, su la disoccupazione che ora viaggia al 12,7%, dopo aver sfiorato il 13% record a novembre.

Al momento le misure del governo non hanno stimolato un aumento del Pil sufficiente a creare nuovi posti di lavoro, nonostante il quadro favorevole creato dal calo dell’euro, del prezzo del petrolio e la maxi liquidità fornita ai mercati finanziari dal QE della Bce.

La tentazione del governo Renzi, è quella di “inventarsi” una ripresa occupazionale che si scontra però con la realtà dei numeri.

Seconda domanda: A detta del governo questo provvedimento dovrebbe migliorare le condizioni contrattuale dei lavoratori, è vero?

Qualsiasi lavoratore oggi addetto in un’impresa medio-grande con contratto a tempo indeterminato siglato entro il 7 marzo 2015 (data di pubblicazione in G.U. dei primi decreti del jobs act), prima di cambiare lavoro ci penserà due volte, sapendo di transitare in un regime meno tutelato.
La nuova assunzione con il contratto a tutele crescenti, prevede infatti la rinuncia ad alcune significative garanzie che offriva il vecchio regime lavorativo.
Una delle critiche mosse al nuovo impianto normativo previsto dal Jobs Act, è appunto quella di penalizzare la mobilità spontanea dei lavoratori.
Facciamo un esempio. Un lavoratore con 10 anni di anzianità aziendale, in caso di licenziamento dichiarato illegittimo dal giudice (che può avere natura economica o disciplinare), avrebbe oggi diritto al reintegro o ad una indennità economica tra un minimo di 12 ed un massimo di 24 mensilità.
Lo stesso lavoratore se domani accettasse un’offerta di lavoro da parte di un’altra azienda, verrebbe assunto con il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che prevede la possibilità di licenziarlo, dopo solo un anno, per “giustificato motivo oggettivo”, anche se non ne ricorrono i motivi, con il pagamento di un’indennità pari al minimo di 4 mensilità.

E questo sarebbe un contratto di lavoro a tempo indeterminato? Vogliamo aggiungere l’impossibilità dei lavoratori di stipulare mutui con gli Istituti di Credito, di chiedere finanziamenti restituibili oltre i 48 mesi?

Terza domanda: Il Jobs Act, taglia le tasse alle aziende, a lungo termine, quali conseguenze ci saranno per il sistema previdenziale e quali soluzioni proporrà questo governo (se ci sarà ancora) per risolverli?

La riforma For­nero non solo ha aumen­tato for­te­mente l’età di pen­sio­na­mento, ma ha sta­bi­lito che essa aumenti in paral­lelo con la spe­ranza di vita. Si è dun­que deciso, nelle pre­vi­sioni delle pen­sioni future, di aumen­tare anche la lun­ghezza della car­riera lavo­ra­tiva con­si­de­rata: per con­clu­dere che le pen­sioni non cadranno più di tanto in futuro, si con­fron­tano i livelli pen­sio­ni­stici di uno che va in pen­sione oggi a 65 anni con 40 anni di lavoro e che vivrà vero­si­mil­mente ancora per una ven­tina d’anni con quelli di cui godrà qual­cuno che nel 2050 andrà in pen­sione a 70 anni, aven­done lavo­rati 45 e che avrà una uguale resi­dua spe­ranza di vita al pen­sio­na­mento di venti anni.

Se que­sti sono i para­me­tri di rife­ri­mento per il sistema pen­sio­ni­stico, biso­gna chie­dersi se vi sia coe­renza col modello deli­neato dal Jobs Act e, in caso di incoe­renza, cosa sarebbe neces­sa­rio fare per cer­care di eli­mi­narla, almeno par­zial­mente e quale possa essere un modello di rife­ri­mento, se non radi­cal­mente alter­na­tivo, almeno in parte più vir­tuoso.
Innan­zi­tutto, è evi­dente che il nostro sistema pen­sio­ni­stico, basato sul sistema con­tri­bu­tivo (ti resti­tui­sco come pen­sione i con­tri­buti che hai ver­sato, riva­lu­tati al tasso di cre­scita del Pil, divisi per la spe­ranza di vita al momento del pen­sio­na­mento) pre­sup­pone, per fun­zio­nare, ali­quote con­tri­bu­tive ele­vate (attorno al cor­rente 33%) e una lunga e inin­ter­rotta sto­ria lavorativa/contributiva del lavo­ra­tore. In sostanza: una situa­zione dove la disoc­cu­pa­zione è scarsa o nulla e i lavo­ra­tori man­ten­gono sem­pre il pro­prio posto di lavoro ovvero, se lo per­dono, rie­scono a tro­varne un altro in tempi brevi.

Non è lo sce­na­rio attuale del mer­cato del lavoro, né quello pre­fi­gu­rato dal Jobs Act, che anzi ha i suoi capi­saldi nella fles­si­bi­lità dell’impiego con alter­nanza fra lavori diversi inter­val­lati da periodi di disoc­cu­pa­zione e nel con­te­ni­mento del costo del lavoro. Nel mondo pre­fi­gu­rato dal Jobs Act livelli di ali­quote con­tri­bu­tive ele­vati come quelli attuali non saranno soste­ni­bili ancora a lungo e il passo logico suc­ces­sivo sarà minare ulte­rior­mente le pro­spet­tive pen­sio­ni­sti­che dei lavoratori.

Da tale con­te­sto si può uscire solo in due modi: mol­ti­pli­cando ulte­rior­mente la pro­du­zione e il con­sumo di beni, con le pes­sime con­se­guenze che tutto ciò avrebbe su stili di vita e ambiente; oppure, ed è l’unica strada che potrebbe ripor­tare a coe­renza tec­no­lo­gia, mer­cato del lavoro e wel­fare, con una redi­stri­bu­zione del lavoro mediante la dimi­nu­zione gene­ra­liz­zata dell’orario di lavoro.

Quarta domanda: Infine, quali sono le implicazioni sociali che questo provvedimento avrà sul futuro delle prossime generazioni?

Se mi è consentito vorrei rispondere a questa domanda in maniera semplice ed efficace: “ I nostri nonni non avevano niente di che vivere, eppure hanno lottato e conquistato il diritto al lavoro, realizzando così il proprio futuro. Ora, invece i nostri giovani hanno tutto ciò che di meglio si potrebbe sperare, ma purtroppo hanno perso il diritto al lavoro e quindi il presente ed il futuro!”

BREVE BIOGRAFIA:

Alessandro Corbelli nasce a Roma il 24 settembre 1960, cittadino sammarinese e italiano, dal 3 luglio 2008 presidente del  Partito Democratico sammarinese (PDs). Termina il proprio corso di studio con la specializzazione professionale nel settore Bancario e Finanziario e ricopre con successo importanti incarichi manageriali per prestigiosi istituti di credito italiani ed esteri. Dopo una significativa esperienza vissuta in collaborazione con i missionari del Preziosissimo Sangue in Tanzania, prende ad impegnarsi fattivamente nella politica e ricopre incarichi direttivi prima nel Partito Repubblicano (PRI) ed in seguito nel Partito Democratico della Sinistra (PDS). Sensibile alle politiche comunitarie e del sociale, dalle fila del PDS Federazione Castelli Romani (RM) organizza la Festa della Solidarietà, svoltasi a Marino (RM) dal 22 al 25 aprile 1993 e patrocinata della Caritas alla presenza del Vescovo Monsignor Dante Bernini.  In seguito, pur notevolmente impegnato sul fronte lavorativo, continua ad impegnarsi nell’attività politica a favore dei Democratici di Sinistra (DS).  Nel 2005, già tornato a vivere da due anni nella Repubblica di San Marino, viene eletto segretario politico dell’Unione Forze Repubblicane (UFR), movimento politico del centro-sinistra sammarinese. Sempre nel 2005, Alessandro Corbelli espone all’eccellentissima Reggenza, ai partiti ed alle forze politiche e sociali sammarinesi, la Carta dei Principi.  La Carta è un codice etico-politico da lui stesso redatto per ispirare l’azione politica dell’Unione Forze Repubblicane (UFR) e per realizzare una trasparente base di confronto politico programmatico con gli altri partiti che intendono adottarla nello svolgimento dell’azione politica.  Alla fine del 2005, mentre si dedica alla realizzazione del programma elettorale del Partito dei Socialisti e dei Democratici (PSD) dove l’Unione Forze Repubblicane (UFR) è confluita favorendo l’aggregazione dei partiti del centro-sinistra, una malattia lo costringe al riposo forzato e soltanto a seguito della vittoriosa tornata elettorale del 2006 e la formazione del governo di centro-sinistra – Partito dei Socialisti e dei Democratici (PSD), Sinistra Unita (SU), Alleanza Popolare (AP), Movimento dei

Democratici di Centro (DdC)- il 27 novembre 2007, Alessandro Corbelli riprende ad impegnarsi per la realizzazione del proprio progetto politico volto a fondare il Partito Democratico sammarinese (PDs). Così, sostenuto e sollecitato dalla cittadinanza sammarinese, oltre che dalle stesse forze socio-politico-culturali, il 31 gennaio 2008 al termine del Tavolo Pubblico Unire Politica e Società, dopo aver presentato pubblicamente il Documento politico programmatico e favorito il conseguente confronto democratico, Alessandro Corbelli accetta l’incarico di Presidente del costituente Partito Democratico sammarinese (PDs), del quale sarà confermato Presidente con verbale di assemblea del 3 luglio 2008 (data di fondazione del PDs).   In seguito, sempre nel 2008 viene nominato Membro della Consulta Lavoro del PD dal Sen. Tiziano Treu  e Membro della Consulta Sanità dal Sen. Lionello Cosentino, continuando ad impegnarsi per l’unità delle forze politiche democratico progressiste, anche attraverso il coordinamento e supporto a circoli del PD nel Lazio ed in Italia.

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2 Risposte a “4 domande sul Jobs Act al dott. Alessandro Corbelli”

  1. Apprezzando la franchezza delle risposte del Dott. Corbelli quasi naturalmente viene da porsi una domanda: Come fa la Sinistra ad esser credibile se, continuando ad esser frastagliata in “mille correnti” altro non sa fare che polemizzare con chiunque e su tutto??

    In altri termini, come fa ad esser credibile quella corrente di pensiero politico che “IMPONE” un Premier al Paese e poi lo critica ma nulla di concreto fa per aggiustare il tiro dell’azione di Governo e si limita ad un “fiume inutile di belle parole”?

    E’ ridicola, la Situazione, nel suo complesso: chi governa non è eletto ma fa quello che vuole…la propria area politica lo scritica ma non fa nulla di costruttivo e nel contempo il paese va allo sbando!!!

    Credo in sintesi che il vero gioco della politica sia: ho bisogno di una “poltrona” ben remunerata..farò un po di rumore per giustificare la mia “seduta”…ma mai cambierò qualcosa del sistema che mi ha regalato così tanti benefici e privilegi…soldi e potere!!!

    Ecco perchè chi parla e non fa..in questo paese non serve a nulla!!!!!!!

    Grazie per lo spazio concessomi,

    MM

    1. Caro Massimiliano, così ho visto che ti firmi, le tue semplici ma trasparenti opinioni, sono per me un pungolo per la battaglia politica che intendo affrontare. In tal senso, ti dico subito, che oggi l’Italia e l’Europa non hanno bisogno di esponenti politici, ma di esponenti ricchi di moralità. Questo secolo dimostra sempre più l’abbandono degli interessi socio politici culturali, ambientali, sociali a discapito di quelli più razzionali che si concentrano nel raggiungimento del successo economico e finanziario, senza per questo tener conto di una giusta redistribuzione dei redditi. Oggi dalla Sinistra (seppur cattolico militante) mi sento di lanciare nuove battaglie a favore del popolo, delle masse di lavoratori, disoccupati e imprenditori virtuosi. Battaglie in nome della pari opportunità e giustizia per tutti noi. A partire dal costituente nuovo partito di sinistra prevista per il 25 ottobre a Roma, prenderò la parola e con gli stessi diritti dei miei compagni relatori, avrò finalmnte piacere di argomentare le mie intenzioni, cambiamenti di marcia, e modalità di lasciar emergere il nuovo, partendo proprio dalla base. Si dovrà realizzare uno “zoccolo duro” dal quale condurre la campagna elettorale su fatti e non parole. Gli anziani, faranno bene a defilarsi per un po di tempo, e magari offrire i loro contributi ed esperienze solo su richiesta degli addetti ai lavori.
      Per me un nuovo partito di Sinistra, significa attuare la sinistra moderna, che non vuol dire essere al centro della politica, ma che significa essere il punto di riferimento progressista ricco di moralità, lealtà ed onestà. Spazio al ricambio generazionale, ora basta!

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