Stop alle trivellazioni: Renzi ci ripensa ma…

trivelle-mareA sentirla così sembrerebbe una bella notizia ed in parte comunque lo è, se non fosse per i risvolti che questo ennesimo dietro front di Renzi potrebbe avere. Ma vediamo nel dettaglio cosa è successo.

Un emendamento presentato dal Governo alla legge di stabilità ripristina il limite per le trivellazioni petrolifere in Adriatico entro le 12 miglia dalla costa (cioè entro i 19,3 chilometri). Rimangono in vigore solo i pochissimi permessi già rilasciati dalle Regioni. Abrogata anche la norma che prevedeva l’ emanazione, con decreto del ministro dello Sviluppo economico, di un piano delle aree in cui sono consentite le attività di ricerca di idrocarburi. La nuova legge stabilisce anche che, senza il parere della Regione interessata, la procedura di autorizzazione allo sfruttamento di nuovi giacimenti resterà bloccata.

Quindi un ribaltamento totale del Renzi pensiero che era: “Stiamo chiedendo di verificare se ci sono spazi per la ricerca e l’esplorazione. Che nell’Adriatico si intervenga nella parte croata e balcanica e da noi non si possa fare ricerca è una contraddizione in termini”.

Questo infatti è stato il discorso che lo scorso agosto, il premier fece nella direzione del suo partito nell’intento di difendere il decreto Sblocca Italia, poco dopo approvato.

A leggerlo così quindi, sembrerebbe un grande successo nella lotta alla deriva petrolifera portata avanti in Italia da ambientalisti, partiti satelliti di sinistra e sopratutto dal M5S.

Secondo Il Sole-24 Ore, i giacimenti nazionali di petrolio e gas interessati da questo provvedimento, saranno almeno nove. Salteranno sicuramente i due progetti di esplorazione più avanzati: il progetto Elsa, nel golfo di Taranto (mar Ionio), che fa capo alla società irlandese Petroceltic, e il progetto Ombrina, della compagnia britannica Rockhopper Exploration, situato nel mare Adriatico, davanti alle coste abruzzesi.

Quindi la ricerca di idrocarburi al largo delle coste italiane, ritenuta sino a pochi mesi fa da Renzi strategica per lo sviluppo dell’Italia, adesso non lo è più, la domanda è: perché? Quali sono i motivi che hanno fatto cambiare idea così bruscamente il premier?

I motivi sono tutti politici. I referendum richiesti dai dieci consigli regionali, appoggiati dai comitati No Triv, cavalcati da Possibile di Pippo Civati e sostenuti con forza dal M5S, hanno passato il vaglio della Cassazione e attendono adesso il via libera della Corte Costituzionale, quindi probabilmente andranno a votazione in concomitanza con le elezioni amministrative di primavera.

Questo è il rischio politico che Renzi vuole evitare ad ogni costo: i referendum, che il premier ha previsto di perdere, ma che farebbero anche da traino al voto amministrativo, negativamente per il governo, che ne uscirebbe indebolito.

Tutto bene? No, infatti avevamo anticipato che è un arma a doppio taglio: infatti i promotori del referendum non esultano. Civati ha già detto che quella del governo è “una grande truffa” che non ferma le trivellazioni ma il solo il referendum. Il rischio è che una volta bloccati i referendum e passata la tornata elettorale, ci sia un ulteriore dietro front e tutto ritorni come prima e con Matteo Renzi, vi pare questa un’ipotesi azzardata?

Il Movimento cinque Stelle, è sulla stessa lunghezza d’onda e dichiara: “è necessario arrivare ad una moratoria completa di tutte le perforazioni”.

Tutti i contestatori, hanno chiesto ai presidenti delle dieci regioni i cui Consigli hanno promosso i quesiti referendari di impugnare di fronte alla Corte costituzionale la legge di Stabilità per la parte che riguarda le trivelle, in modo da scongiurare definitivamente il “gioco” di Renzi.

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