Referendum art.18. La Corte costituzionale rinnega se stessa: scelta politica di Giuliano Amato

Passa la linea “Amato” dettata da Mattarella e concordata con Napolitano, che stabilizza il governo Gentiloni. No, non siamo nel 1990, non temporalmente almeno, ma lo siamo politicamente: la DC è risorta.

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La CIGL ha perso, ma ha perso sopratutto Matteo Renzi, che con la scusa de disinnescare i referendum, voleva votare a maggio. Qualcuno dirà, ma Renzi è un democristiano D.O.C., allora non ha vinto la DC. E no, allora avete dimenticato le lotte intestine nelle varie correnti e fiumiciattoli democristiani, i mitiani, i fanfaniani, gli adreottiani i dorotei e chi più ne ha più ne metta… no siamo proprio, in pieno “impero DC”, con la minoranza interna del PD, che conta esattamente come il due di bastoni, quando la briscola è a spade.

Dei tre quesiti proposti, due sono stati ammessi, uno – quello sull’articolo 18, l’unico in grado di abbattere il governo – bocciato. Il dottor Sottile con una rete di intrecci che solo lui sa cucire, porta a termine il percorso ordinato del capo dello Stato: legge elettorale e voto, senza incidenti e tensioni. Un’operazione, studiata nei particolari,che toglie a Matteo Renzi l’arma necessaria a far saltare la legislatura pur di evitare il referendum della Cgil sul jobs act. E nel Pd e nei tanti che stanno aspettando settembre per maturare i diritti al vitalizio, si tira un sospiro di sollievo. Ora tutti in attesa della prossima decisione dei supremi giudici: la legge elettorale.

La Corte costituzionale, con triplice salto mortale, rinnega se stessa. Susanna Camusso parla di “scelta politica”, lo stop al quesito sui licenziamenti illegittimi, è solo questo, i precedenti erano chiari e limpidi.

Ed infatti la stanza della Corte Costituzionale si è trasformata in un campo di battaglia. La relatrice sull’articolo 18 Silvana Sciarra, viene messa in minoranza, finendo per dimettersi dal ruolo di “redattrice” della sentenza, ruolo che viene affidato al vicepresidente. La Sciarra, una delle poche non “controllata” aveva sostenuto che il referendum della Cgil andava ammesso perché lineare, abrogativo e “non manipolativo” e soprattutto sostenuto da precedenti della Corte, come il referendum del 2003. La votazione finisce con 8 voti contrari e 7 a favore.

Le obiezioni motivate oggi, infatti, furono dichiarate infondate dalla sua sentenza n. 41 del 2003, che ammise un referendum sull’estensione dell’articolo 18 di portata innovativa e propositiva ben più ampia di quella proposta dalla richiesta attuale.

Il quesito di allora riguardava non due, ma tre leggi: parti dell’art. 18 dello Statuto del 1970, ma anche parti delle leggi n. 108 del 1990 e n. 604 del 1966. Soprattutto, inoltre, esso proponeva la soppressione integrale dei limiti numerici previsti dall’art. 18 per la reintegrazione dei lavoratori illegittimamente licenziati, la cui garanzia veniva così estesa anche all’unico dipendente che fosse licenziato senza giusta causa. Quel referendum, approvato dall’86,74% dei votanti, non raggiunse il quorum.

Ma esso fu ammesso dalla Corte Costituzionale, che riconobbe l’omogeneità, la chiarezza e l’univocità del quesito, certamente minori di quelle del quesito oggi proposto: “Il referendum – dichiarò allora la Corte – è rivolto in primo luogo all’estensione della garanzia reale contro i licenziamenti ingiustificati ai lavoratori che attualmente, in conseguenza dei limiti numerici sopra ricordati, godono esclusivamente della garanzia obbligatoria, consistente nel pagamento di un’indennità in denaro”.

Tutto molto chiaro, che porta alle conclusioni di sopra: é una sentenza politica”. Infatti, non si capisce come la Corte, di fronte a un quesito di portata addirittura più limitata, abbia oggi cambiato la sua stessa giurisprudenza. La DC è morta, Viva la DC… una volta era il RE.

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