Mente&Psicologia. Cosa si cela dietro i terroristi kamikaze

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“Quando giovani uomini e donne decidono di morire e di uccidere altre persone significa che c’è qualcosa di sbagliato in un mondo che non ha saputo ascoltare il loro angosciante grido di giustizia. Essi meritano di vivere tanto quanto quelli che hanno ucciso” – Dr. N. Ateek, 2003

In questo articolo, proverò ad approfondire quelle che costituiscono le motivazioni, individuali e collettive, che possono condurre un individuo a scegliere la strada del terrorismo suicida come strategia per raggiungere il proprio significato esistenziale, per dare cioè un senso alla vita mediante un atto di morte, propria e altrui.

Dagli assassinii alle guerre politico-ideologiche, dai dirottamenti aerei al separatismo etnico: le strategie e le armi utilizzate dai terroristi sono cambiate. L’11 settembre 2001 ha spostato in maniera drammaticamente scioccante l’attenzione del mondo sulle minacce dei terroristi suicidi. Inoltre, l’esistenza di nuove tipologie di attacchi di distruzione di massa e la diffusione a livello globale di armi nucleari, biologiche e chimiche, hanno orientato l’attenzione verso il cosiddetto “super terrorismo”. (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009). “Questo nuovo terrorismo è spinto da motivazioni di diverso tipo. È caratterizzato da individui e sponsors differenti ed è maggiormente pericoloso” (I. Lesser, 1999). Attualmente, sono più di una dozzina i gruppi terroristici, religiosi, laici e nazionalisti che utilizzano attacchi suicidi. Tra questi, i gruppi religiosi sono considerati maggiormente pericolosi, in quanto concepiscono la violenza come un comandamento divino o un atto sacramentale (Hoffman, 1995: 271).

Per comprendere tale forma di violenza estremamente devastante per l’individuo e la comunità, occorre analizzare il problema a vari livelli: dalle motivazioni personali, alle pressioni dell’organizzazione di appartenenza, conflitti socio-politici, ecc…). I fattori che contribuiscono alla probabilità che si manifesti violenza sono sia ambientali che di natura biologica e psicologica. Ad esempio, vedremo come la possibilità di una salvezza escatologica, nazionale e comunitaria sembra stimolare determinati rinforzi psicologici e sociali, che conducono a desiderare una morte “eroica”. È in questo modo, che i gruppi militanti riescono a infondere in profondità l’idea che l’immolazione personale sia un atto razionale e legittimo, un mezzo necessario per la “liberazione del Paese” (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009).

Cos’è il terrorismo?

“Il terrorismo è teatro”
(B.M. Jenkins, 1975)

Il terrorismo può essere definito come l’uso o la minaccia di utilizzare la violenza per scopi politici ai fini di creare una situazione di paura che faciliterà la coercizione, l’estorsione o l’intimidazione o che farà cambiare agli individui e ai gruppi il loro comportamento.

Le operazioni di martirio e sacrificio di se stessi vengono eseguite da una o più persone, contro nemici superiori numericamente e per equipaggiamento, sapendo già che l’esito della missione sarà quasi certamente la morte.

Il termine “operazioni suicide” o ”operazioni kamikaze” fu scelto dal popolo ebraico al fine di scoraggiare i Musulmani dal compiere tali imprese, facendo sì che gli Shuhada (Martiri) vengano dipinti come “suicidi”, quindi peccatori. Le nozioni di “martirio” e “sacrificio” hanno ispirato campagne violente in tutte le tradizioni religiose, poiché rappresentano il nucleo centrale del senso religioso di per sé (G. Kepel, 1995).

Sebbene attualmente gli unici gruppi terroristi che rappresentano una minaccia alla sicurezza internazionale sono quelli islamici, storicamente ogni credo ha incentivato e favorito in qualche modo la nascita di assassini di stampo religioso che hanno agito in nome della fede in Dio (Shitter, 1987), nonostante il fatto che in tutte le religioni sia sinonimo di Amore.

Breve storia del terrorismo

Da un punto di vista storico, il primo personaggio conosciuto ad eseguire un attacco suicida fu Sansone, fatto prigioniero dai Filistei, torturato e accecato, si vendicò dei suoi nemici mediante un atto suicida con l’aiuto di Dio (S. Drury, 2003). Il “modello Sansone” si riferisce infatti a un atto di suicidio che è contemporaneamente preventivo e vendicativo.

Gli “assassini” musulmani (Ismailis-Nazari, operavano in epoca medievale tra il 1090 e il 1275 ed eseguivano i loro attacchi spesso durante giorni di festa religiosa o nel corso di eventi particolari, in modo da assicurarsi un vasto pubblico di testimoni. Gli aggressori erano chiamati dal gruppo fedayeen, cioè i “consacrati”, e il loro desiderio di martiro viene citato di frequente come il precedente storico degli attacchi suicidi compiuti attualmente dalle organizzazioni terroristiche nel Medio Oriente.
La parola terrorismo, tuttavia, venne introdotta nel vocabolario europeo solo alla fine della rivoluzione francese, con l’espressione “regime de la terreur”, concepito come un mezzo dello Stato per consolidare il nuovo governo rivoluzionario e per proteggerlo da elementi sovversivi. Furono, comunque, i giacobini i primi ad essere definiti “terroristi”.

Per quanto riguarda, nello specifico, il terrorismo suicida, la maggior parte delle azioni compiute dai terroristi anarchici e dai rivoluzionari russi nel corso del XIX secolo sono state caratterizzate da missioni suicide. In effetti, tutti gli attacchi diretti a colpire importanti figure pubbliche in paesi con la pena capitale sono potenzialmente delle missioni suicide (W. Laqueur, 1999).

Nel 1979, in Iran i “Pasdaran”, appartenenti alle “Guardie della Rivoluzione islamica”, costituivano una forza armata volontaria e politicizzata che divenne progressivamente professionale e sviluppò un proprio esercito, una marina militare e un’aeronautica. Soprattutto in ambito militare, il sacrificio personale nell’interesse di una causa universale non è inusuale: la strategia degli attacchi suicidi non è infatti limitata ai gruppi terroristici, ma è stata utilizzata anche da figure istituzionali, come gli attacchi dei piloti “kamikaze” giapponesi verso la fine della seconda guerra mondiale, in cui morirono circa 5000 giovani soldati. Il terrorismo suicida, e ogni altro tipo di terrorismo, può costituire così una strategia all’interno di un conflitto militare con la finalità di indebolire il morale e la resistenza dell’avversario, oltre che per una strategia di insurrezione (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009).

Perché?

Per spiegare il processo che può condurre all’estremismo violento, Moghaddam (2005) ha elaborato la “Scala verso il Terrorismo” che – per continuare la metafora – conduce ad esso attraverso 6 piani:
al pianterreno c’è un’interpretazione in chiave psicologica delle proprie condizioni di disagio concreto;
al primo piano si affaccia l’ipotesi di poter combattere il trattamento ingiusto di cui ci si ritiene vittima; al secondo c’è il dislocamento dell’aggressività; al terzo piano il coinvolgimento morale nella scelta ter
rorista; al quarto si consolida il modo di pensare dell’organizzazione terroristica e l’idea che quest’ultima sia legittimata; al quinto, infine, si passa all’azione aggirando i meccanismi inibitori.
Borum (2011) suggerisce l’evoluzione di un mind-set terrorista attraverserebbe 4 fasi:
It’s not right: un individuo (o un gruppo) individua delle condizioni di vita odiose, intollerabili.

It’s not fair: si confronta la condizione in cui il soggetto (o il suo gruppo) vive con quelle viceversa migliori in cui vivono altri, il che provoca risentimento e senso di ingiustizia subita.

It’s your fault: la persona (o il gruppo) ritiene di poter individuare la causa dell’ingiustizia in una determinata persona, gruppo, nazione.

You’re evil: quel gruppo considerato responsabile è demonizzato e de-umanizzato.

Horgan (2015) ha elaborato un modello di spiegazione della parabola terrorista che ha denominato IED – Involvement, Engagement, Disengagement (Coinvolgimento, Impegno, Disimpegno).

Il ruolo delle esperienze e vissuti individuali

La violenza estrema non si sviluppa dal nulla, ma si scatena spesso in seguito a dei “cicli di violenza a bassa intensità che polarizzano le comunità e incoraggiano atteggiamenti di vittimismo”.
Tra i motivi individuali, vi è l’aver vissuto esperienze traumatiche e vivere in zone di conflitto: la decisione spesso risulta essere l’evoluzione naturale delle esperienze vissute durante l’infanzia sotto un’occupazione militare. Gli individui coinvolti possono ad esempio aver assistito in prima persona o tramite la tv all’uccisione di vicini, familiari e persone amate da parte di ciò che considerano una nemico. (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009).

L’effetto di emulazione che avviene anche nei casi di suicidio “ordinario” (Sageman, 2004) avviene mediante un processo di radicalizzazione che si espande progressivamente in modo geometrico e che può coinvolgere inizialmente le persone più vicine al terrorista suicida.

La violenza si correla a momenti nei quali i bisogni primari sono messi in discussione da situazioni di pericolo. Le situazioni che mettono in pericolo i bisogni primari possono infatti originare principalmente da conflitti interpersonali, organizzativi o internazionali (D. Hamburg, 2002).

Ad esempio, sono stati identificati alcuni fattori psicologi correlati al sistema linfatico che potrebbero contrastare la razionalità neocorticale aumentando la probabilità di una risposta violenta contro quella che viene percepita la causa delle frustrazioni (Sandole, 2002).

In particolare, sembra che la combinazione di rabbia e disperazioni alimenta l’istinto di avvalersi della violenza di tipo punitivo (Mc Gurn W., 1985). Più spesso, sono le piccole e ripetuti umiliazioni che alimentano in potenziali terroristi un senso di disperazione e impotenza appresa tale per cui si è maggiormente vulnerabili a un reclutamento da parte di cellule terroristiche. Le emozioni soverchianti causate dai flashback dei traumi subiti, l’incapacità di evitare i ricordi spaventosi e dolorosi, la sensazione di essere costantemente in pericolo, conducono gli individui a uno stato di dissociazione e insensibilità emotiva, tanto da descriversi come “già morti”. La morte, per loro, rappresenterebbe un sollievo al dolore soverchiante (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009).

Esercitare una forma di controllo sul luogo e la modalità della propria morte rappresenta un aspetto tristemente considerato in modo positivo da determinati attori sociali sopravvissuti a trauma o che vivono esperienze in cui ritengono di non avere nessun altra via d’uscita. In effetti, i martiri sembrano chiudersi in un comportamento dissociato e rigido causato da esperienze traumatiche. Se da una parte desiderano evitare la sofferenza psicologica, dall’altra hanno bisogno di farlo in modo considerato “onorevole”, sacrificando la loro esistenza per aiutare la comunità (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009).

Rispetto a coloro che non vivono in zone di conflitto, invece, il reclutamento avviene in maniera indiretta e gli individui sono spesso emarginati, frustrati e in una condizione di “impotenza appresa”. In Europa ci sono le prime, seconde e terze generazioni di immigrati o dei convertiti all’Islam che provano una profonda solidarietà e persino empatia nei confronti di chi vive in zone di conflitto (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009). Bakker (2006) ha trovato che il 35% dei terroristi europei da lui studiati aveva amici o parenti a vario titolo implicati nella rete jihadista.

In genere, il martirio sembra costituire raramente una scelta d’azione soggettiva, quanto piuttosto una manipolazione del comportamento individuale da parte di gruppi terroristici organizzati. I gruppi di indottrinamento sfruttano e formano bambini e adolescenti con l’obiettivo di trasformarli in terroristi (G. Steinberg, Jerusalem Post, 27/10/2000), arruolandoli in campi di addestramento militare. Le testimonianze di bambini membri di gruppi armati, sembrano suggerire che questi siano reclutati volontariamente, e in particolare i giovani provenienti dalle condizioni socio-economiche più difficili mostrerebbero un desiderosi molto forte di aderire. Tuttavia, non sono rari i casi di bambini coinvolti con l’inganno o usati inconsapevolmente (A. Daraghmeh, Associated Press, 30/03/2004), da entrambe le fazioni (Lorusso, 2014).

Indottrinamento religioso e Propaganda politica

Quasi tutte le organizzazioni utilizzano 5 spinte motivazionali:
legata al concetto di appartenenza: appartenere a un gruppo e aderire a una causa importante
legata al concetto di identità (e sull’idea “eroica” dell’identità personale).

La terza sul mostrare ai potenziali terroristi foto e video girati in zone di conflitto con una campagna di sensibilizzazione che si avvale soprattutto dell’impatto emotivo. Le ultime due sono connesse a idee di stampo religioso (Atran, 2003).

Un elemento fondamentale per i gruppi impegnati in situazioni di confitto consiste nella giustificazione cognitiva degli atti perpetrati e la sua coerenza mediante l’utilizzo di meccanismi di disimpegno morale come la “stereotipizzazione” e disumanizzazione degli avversari (C. R Mitchell, 1981; Appleby, 1995). Inoltre, il disprezzo è utilizzato per ridurre sentimenti empatici o emozioni positive verso il nemico, paragonato a un animale o creatura sub-umana e intrinsecamente maligna. (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009).

I soggetti che pianificano le azioni violente hanno bisogno di includere le strategie adottate all’interno di un corpus culturale di norme, simboli e valori etici che possano fornire un significato non solo pratico anche morale agli atti di violenza (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009). La dimensione culturale del terrorismo suicida si interseca così con quella normativa e religiosa.

Mediante un processo di indottrinamento e manipolazione mentale, quindi comportamentale, il soggetto sviluppa una percezione profondamente distorta degli esseri umani: gli viene insegnato a considerare mostruoso ciò che rientra nella norma e a volerlo sterminare, alla stregua di parassiti e virus.

In questo senso, l’indottrinamento basato sull’odio si avvale della religione che legittima, autorizza, se non addirittura incoraggia un utilizzo della violenza, anche su larga scala, contro un numero illimitato di presunti nemici. Tale indottrinamento inizia fin dalla tenera età e facilita il reclutamento di giovani aspiranti terroristi suicidi. (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009).

Anche il ruolo dell’autorità nell’indottrinamento compiuto attraverso i mezzi di comunicazione è importante, ad esempio esercitando un controllo sui media e ciò che trasmettono. La dimensione comunicativa ha infatti un ruolo fondamentale, per cui la promozione della memoria del martire e la testimonianza del suo “successo” sono centrali nella “strategia di marketing” dei terroristi.

L’intento della comunicazione dei terroristi sembra fondamentalmente “pedagogica” e accompagna alle immagini, che sconvolgono il pubblico occidentale, di bambini in tuta mimetica militare, il Corano nella mano e la fascia verde da martire sulla fronte. Tali immagini, infatti, hanno come protagonisti e obiettivo proprio i bambini da reclutare, ma anche madri, donne in stato di gravidanza, oppure disabili fisici o mentali usati come veri e propri “mezzi di trasporto” per gli esplosivi (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009).

Esistono diverse ragioni, anche politiche, che potrebbero attrarre gli individui verso un’ideologia di stampo terrorista che condivide i medesimi obiettivi politici della lotta per la libertà e la dignità umana.
La religione avrebbe il ruolo di costituire un “collante” col compito di infondere coraggio per combattere in modo da raggiungere obiettivi politici condivisi. Sembra agire, cioè, come una sorta di “regolatore emotivo” che elimina la paura e aumenta l’eccitazione, tanto quanto le sostanze stimolanti.

Si realizza una sorta di “connubio” tra l’ideologia del terrore e le vulnerabilità psico-sociali connesse ad esperienze traumatiche subite in zone di guerra e a frustrazioni provate in aree dove non sono in atto dei conflitti.

In questo contesto, l’incoraggiamento sociale che spinge verso il terrorismo suicida gioca un ruolo fondamentale nell’indicare al martire la scelta dell’azione da compiere.

Le conseguenze del terrorismo

Gli effetti degli attacchi terroristici sul nemico sono devastanti: nessun’altra tecnica diffonde un tale terrore e frantuma il loro spiriti in maniera così profonda.

L’elemento maggiormente deleterio del terrorismo consiste nel comportamento intenzionalmente volto a disumanizzare, danneggiare, distruggere o uccidere un proprio simile, inclusi coloro che, anche da un punto di vista evolutivo oltre che umano, dovremmo maggiormente proteggere e salvaguardare. La scelta stessa delle vittime, infatti, costituisce una strategia per terrorizzare il nemico, che sia un governo, un’istituzione, un gruppo, ma anche un mezzo per ottenere una risonanza mediatica. “L’effetto eco” di un attentato suicida è maggiore rispetto ad atti di terrorismo più convenzionali: la tattica fa notizia di per sé (M. Lombardi, M. Alvanou, C. Fonio, 2009).

Diversi progetti psicologici hanno cercato di individuare le conseguenze di assistere alla violenza e al conflitto.

I bambini non solo vengono uccisi o rimangono feriti, ma vengono anche esposti quasi quotidianamente alla violenza, e questo influenza profondamente la percezione che hanno di sé, dell’Altro e del mondo in generale.

L’impatto della guerra e dei conflitti sui bambini è connesso ai disturbi da stress post-traumatico, rappresentando una condizione permanente nel tempo, non avendo letteralmente un posto sicuro dove vivere la quotidianità (P. Jensen e S. Shaw, 1993)

Ad esempio, uno studio del 2002 del programma di psichiatria della comunità di Gaza, ha evidenziato come il 55% dei bambini abbia sviluppato i sintomi di una sindrome acuta da stress post-traumatico. Il 97% sarebbe stato esposto/testimone di sparatorie e il 23% ha visto i propri familiari morire o essere feriti gravemente (LINK).

Dalla ricerca emerge che i bambini manifestavano, tra gli altri: segni di ansia, depressione, attacchi convulsivi, balbuzie, enuresi, insonnia, aggressività, problemi di concentrazione, regressione allo stato infantile.

Le ripercussioni sui bambini connesse alla vita condotta in zone di guerra si possono manifestare nelle decisioni di prendere parte alle operazioni terroristiche di stampo suicida. Alcuni bambini sognano di diventare dei martiri e sostengono che la cosa migliore che possa accadere loro è morire a 18 anni come un martire, rappresentando un vero e proprio fenomeno.

Contrastare il terrorismo

Involontariamente, noi stessi possiamo creare le circostanze nelle quali il numero dei militanti cresce e si diffonde, ad esempio nel momento in cui non prendiamo in considerazione anche i fattori sociali che hanno favorito una vulnerabilità di alcuni soggetti e ignoriamo il supporto della società di riferimento che contribuisce all’esistenza e al mantenimento di un certo potere dei terroristi. È molto importante quindi affrontare e “smontare” la retorica delle organizzazioni che sponsorizzano il terrorismo mediante un confronto dialettico che potrebbe indurre un numero consistente di persone a conoscere, creare e sviluppare soluzioni di tipo politico e sociale. È fondamentale far passare il messaggio che gli atti di violenza non sono utili e neanche necessari per creare delle condizioni di vita appropriate e dignitose per l’essere umano.

L’empatia, quando si realizza, costituisce un’esperienza di unione in cui tutto il corpo e la mente dell’uno vive le stesse emozioni dell’altro. Le recenti scoperte di neurofisiologia sui neuroni specchio (Siegel, 1999; Rizzolatti; Sinigaglia, 2006), in grado di attivarsi sulla base della relazione tra individui, hanno contribuito notevolmente a comprendere i meccanismi alla base di comportamenti altruistici e violenti.

Gli attacchi terroristici possono quindi essere contrastati mediante operazioni di intelligence, misure operative di contro-terrorismo e misure protettive antiterrorismo. La vittoria militare contro la violenza suicida è impossibile, in particolare se le spinte motivazionali dei terroristi vengono legittimate a livello nazionale e internazionale.

È possibile arginare il fenomeno, ma non eliminarlo: necessario risolvere il conflitto di fondo che ha generato una ribellione.

Mente & Psicologia è una rubrica medico-psicologica a cura della dott.ssa Camilla Scagliarini.


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Camilla Scagliarini

Informazioni su Camilla Scagliarini

Camilla Scagliarini, nata a Ponte dell’Olio il 15-11-87. Nel 2012 Laurea a pieni voti in Psicologia Clinica, Università degli Studi di Pavia, con la tesi “Traumi complessi e Dissociazione Strutturale della Personalità - Il trattamento tramite EMDR”. Dal 2012 al 2013, tirocinio post-lauream al Centro di Ricerche e Studi in Psicotraumatologia (CRSP) di Milano e Abilitazione alla professione di Psicologo. Nel 2013, educatrice per minori per la Cooperativa Sociale Azzurra (Milano). Dal 2013 al 2015 collaboratrice presso la Associazione EMDR in Italia e la Asociaciòn EMDR Espana. Nel 2014, è ricercatrice nel team di ricerca per il (Bipolar EMDR Trauma-study” per il FIDMAG (Hermans Hosphtalarias Research Foundation, CIBERSAM) a Barcellona (Spagna). Traduzione dall’italiano allo spagnolo del testo: “La giusta distanza. Il giocolibro per l’adozione”, di Anna Rita Verardo…2015. Traduzione dall’inglese all’italiano del testo “EMDR e Disturbo Borderline di Personalità”, di Dolores Mosquera e Anabel Gonzalez…... 2016. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia nel 2016. Dal 2015 collaboratrice esterna del Centro Studi PIIEC (Psicoterapia Integrata Immaginativa ad Espressione Corporea) e assistente della Dott. Elisa Faretta, direttrice del Centro. Dal 2016 al 2017, ideazione e realizzazione del Progetto “Ben Essere e Adolescenza” proposto dal Centro Studi PIIEC volto alla prevenzione del fenomeno bullismo presso l’Istituto Comprensivo di Verbania Intra (VB). Nel 2016 Educatrice di sostegno per la Cooperativa Solidarietà e Servizi (Milano). Dal 2018 svolge interventi di prevenzione al tabagismo e dipendenze e promozione di stili di stili di vita salutari nelle scuole di Milano e provincia come educatrice LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori), progetto Agente 00 Sigarette.

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