Magistrato shock: “Girerò armato, lo Stato non c’è più”. Gli altri giudici sul piede di guerra…

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Pare che si metta male a Treviso nientemeno che per un magistrato. Angelo Mascolo, che dopo un episodio che pare gli abbia fatto vedere da molto vicino i pericoli che il cittadino corre per la sua incolumità a causa dell’imperversare della violenza criminale, ha dichiarato di aver deciso di armarsi per difendersi da sé, non essendo più affidabile la difesa che dei cittadini dovrebbe fare lo Stato.

Apriti cielo! Gli altri magistrati del Veneto hanno reagito inviperiti, come se, invece di un loro collega, si fosse tratto di un deputato, di un sindaco, di un “politico”. Non se ne erano dati per intesi quando un altro magistrato, Giorgio Nicolò aveva pubblicamente coperto di insulti la presidente della Regione.

La Giunta dell’Associazione Veneta dei Magistrati (A.N.M.) ha dichiarato che “restano sgomenti dinnanzi alle esternazioni pubbliche del Collega Mascolo” ed hanno aggiunto che a differenza del collega Mascolo credono profondamente nello Stato e si impegnano ogni giorno a difenderlo ed a difendere tutti i cittadini”.

Non conosco l’intera dichiarazione del giudice Mascolo, ma ho l’impressione che se si ha da rimanere sgomenti non sia per quel che ha detto lui, anche se probabilmente avrà superato quei limiti che, pur con l’emozione di fatti gravissimi e tragici un magistrato deve imporsi per evitare di concorrere a creare un clima di eccessiva allarme e reattività. A lasciare sgomenti è proprio questa inconsueta presa di posizione dell’A.N.M. Inconsueta perché ordinariamente le critiche dei magistrati non riguardano i loro colleghi. Tra cani ‘n se mozzicheno” si dice a Roma. E tra loro c’è una tendenza ad evitare di mordersi anche quando è la legge che glie lo impone (cioè imporrebbe).

Non è consueta una tale reazione di una Giunta Regionale dell’A.N.M. alle dichiarazioni di un alto magistrato.

Giudici e P.M. veneti hanno reagito manco se fossero stati i responsabili delle ronde e dei servizi di pronto intervento di Polizia e Carabinieri. Per non dire che, se lo stato disastroso in cui, in certe circostanze, versa l’organizzazione di Polizia può esser causa del senso di insicurezza dei cittadini, come può esserlo l’inconcludenza della funzione giudiziaria, cui la Polizia possa “assicurare” i malviventi, non c’è efficienza dell’apparato poliziesco che possa garantire sempre e comunque l’incolumità dei singoli. Che, poi il dott. Mascolo abbia ritenuto di doversi “armare” per difendersi da sé, non è un’eresia per un magistrato, quando è la legge che li autorizza al porto d’armi.

Ma i magistrati veneti devono essere della categoria dei magistrati “lottatori”, che concepiscono la giustizia come un tutt’uno con il combattimento contro la criminalità e, di conseguenza vogliono fare di quest’ultima “cosa loro”, che, perciò solo va bene e non se ne può dir male. Nemmeno da uno dei magistrati se vuol parlare da cittadino.

Ma quel che veramente “sgomenta” (si fa per dire: a tutto si fa l’abitudine, figuriamoci in fatto di giudici e di giustizia!) è che mentre l’Associazione dei Magistrati veneti ha armato una simile canizza contro uno dei loro, magari un po’ esagerato nel linguaggio e poco curante dell’opportunità accusandolo di “non aver fiducia nello Stato”, a Palermo sembra che nessun magistrato si permetta di aprir bocca senza rovesciare sullo Stato ogni sorta di improperi, facendogli carico di complicità occulte e di connivenze ed inerzie palesi nei confronti della mafia, facendo seguire i fatti alle parole, ipotizzando ed impiantando una sorta di processi allo Stato (imputato di aver tentato di cedere ai ricatti di Cosa Nostra).

C’è poi un altro particolare. Il Comitato Regionale dell’A.N.M., oltre a dissociarsi con tanta veemenza dalle dichiarazioni di Mascolo “si riserva di interessare il Collegio dei Probiviri”. Che non è un organismo pubblico, ma di una privata associazione, quale l’A.N.M., sindacato dei magistrati (o forse “partito”, ma anche questo non si può dire). Se il magistrato “non violenti” ritengono intollerabile l’atteggiamento del loro Collega e tale da essere sanzionato, avrebbero dovuto denunziarlo alla Procura Generale della Cassazione o al Ministro della Giustizia, titolari dell’azione disciplinare nei confronti di magistrati che “anche fuori del loro ufficio tengano comportamenti tali di recar pregiudizio al prestigio dell’Ordine Giudiziario”. Non è cosa da vedersela in famiglia.

Pare poi che il C.S.M., informato della gazzarra, abbia aperto un fascicolo sul “caso Mascolo” per vedere se non si debba, in forza dell’art. 2 comma 2 delle Leggi sulle Guarentigie della magistratura, iniziare un procedimento di trasferimento ad altra sede per “incompatibilità ambientale”.

Per quanto ci sia da discutere sulla costituzionalità di quella norma, avrei da dare un suggerimento ai componenti attuali del Consiglio di cui feci parte oltre vent’anni fa. Se proprio dovreste allontanare Mascolo da Treviso e dai suscettibili colleghi veneti, mandatelo a Palermo. Lì, se è reo di scarsa fiducia nello Stato e nella sua funzione repressiva della criminalità, sarà “compatibilissimo”.

E, allora, non dovrà più “andare armato”.

di

Mauro Mellini


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Mauro Mellini

Informazioni su Mauro Mellini

Eletto deputato nel 1976, ha combattuto le più note battaglie radicali per poi allontanarsi dal partito alla fine degli anni ottanta in concomitanza con la scelta del Partito Radicale di trasformarsi in soggetto transnazionale e di non partecipare più a competizioni elettorali italiane. Successivamente ha ricoperto il ruolo di componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Editorialista e saggista, è autore di numerosi scritti, in cui con vena polemica indaga sulle storture della legge. Il suo testo più noto è Così annulla la Sacra Rota (Samonà & Savelli), che contribuì fortemente all'approvazione della legge sul divorzio. Nel 2006 ha fondato insieme ad Alessio Di Carlo il periodico on line GiustiziaGiusta, dedicato ai temi della giustizia in chiave garantista. È stato ed è uno dei primi e più strenui difensori del garantismo, a partire dal celebre caso Enzo Tortora.

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