La strategia americana di affossare l’economia Russa, si è rivelata il classico caso di chi si da mazzate sulle proprie palle.

La strategia americana di affossare l’economia Russa, si è rivelata il classico caso di chi si da mazzate sulle proprie palle.

casa-biancaGli stati uniti in gennaio hanno iniziato una guerra economica contro la Russia. Obama non riuscendo a piegare Putin con operazione di guerra tradizionali, ha optato per un’azione di sabotaggio economico che secondo le sue previsioni avrebbe messo la Russia all’angolo.

La guerra in Siria prima ed in Ucraina poi, parte della strategia militare, non ha raggiunto i risultati auspicati, anzi le contromosse russe di costruire gasdotti alternativi, tagliando i rifornimenti a Kiev, hanno sortito l’effetto opposto. Oltretutto, Putin non è caduto nella trappola di farsi trascinare direttamente in guerra. Quindi saltata questa opzione, si è passati al sabotaggio dell’economia. Le sanzioni dell’Europa imposte alla Russia, fortemente volute dagli USA, avrebbero dovuto mettere in ginocchio l’economia sovietica, ma più i mesi passavano e più ci si è resi conto che i maggiori danni li ha subito proprio l’Europa. Bisognava quindi trovare un’altra strada. La via migliore è sembrata quella dell’energia.

Ed allora via con il piano”B”. la Russia è uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo, da li arriva gran parte della valuta estera che rimpingua le casse statali ed allora, cosa c’è di meglio per raggiungere questo obbiettivo se non far crollar il prezzo del greggio? Se dimezzi il prezzo del barile, dimezzi le entrate di un’intera nazione. E come fa una nazione a manipolare il mercato mondiale? Semplice, si introduce sul mercato più petrolio di quanto se ne consuma. Più prodotto c’è, più scende il prezzo, è la più antica legge di mercato mai scritta.

L’America per far questo ha dovuto coinvolgere diversi stati produttori primo tra tutti l’Arabia Saudita, primo produttore mondiale di petrolio, ma anche il controllato Iraq. I risultati in effetti da febbraio in poi si cominciarono a vedere il prezzo del barile scese a meno di 50 dollari e la Russia comincio a soffrire. Il rublo si deprezzò e dovette intervenire la banca centrale Russa ad immettere liquidità per tamponare la situazione.

Vittoria di Obama dunque? NO! Le medaglie hanno sempre due facce e l’altra faccia ha impresso la tragedia dei produttori di shale oil americani. Adesso molti si chiederanno che cos’è lo “shale oil”. Si tratta sempre di petrolio ma è estratto dalle rocce ed il procedimento è molto costoso, al punto che vendere questo tipo di petrolio al di sotto dei 75/80 dollari a barile equivale al fallimento. Gli USA sono i primi se non i soli produttori di questo tipo di petrolio, per cui le aziende americane coinvolte in questo businnes stanno rischiando il fallimento. È di oggi il sole24ore propone un articolo che si occupa proprio della tragedia di queste aziende. La situazione al momento è questa:

“I debiti accumulati dai produttori di shale oil cominciano a pesare sui bilanci delle banche americane, che stanno accantonando somme crescenti di denaro a fronte di crediti incagliati.

Non si tratta per ora di cifre elevate, capaci di compromettere seriamente la redditività degli istituti, né tanto meno è a rischio la stabilità del sistema, anche se tra i maggiori finanziatori del settore Oil & Gas ci sono colossi del calibro di JpMorgan e Wells Fargo. Il rischio maggiore lo corrono piuttosto i clienti, ossia  le compagnie petrolifere, che presto potrebbero vedersi ridurre o addirittura revocare le linee di credito. L’occasione potrebbe essere la prossima revisione semestrale delle condizioni di finanziamento, in programma a ottobre: un appuntamento al quale le banche potrebbero presentarsi con un atteggiamento molto meno tollerante rispetto ad aprile, quando un forte recupero delle quotazioni del petrolio aveva risvegliato la speranza che per il settore il peggio fosse passato.

Oggi il Wti sta di nuovo testando al ribasso la soglia dei 50 dollari al barile, con ripercussioni gravi non solo su profitti e flussi di cassa delle compagnie, ma anche sul valore delle riserve petrolifere, impegnate come collaterale a garanzia dei crediti. Le autorità di vigilanza statunitensi hanno già alzato la guardia, classificando molti di questi crediti come “substandard”, un termine utilizzato quando ci sono evidenti rischi di solvibilità” (da: Il Sole 24 Ore del 4 luglio).

La strategia dunque, si è rivelata il classico caso di chi si da mazzate sulle proprie palle. Il danno è stato fatto, ma a se stessi. E la Russia? Le notizie economiche parlano di un rublo che ha riguadagnato quanto perso nei mesi scorsi e che si è addirittura apprezzato rispetto al dollaro e all’euro. Forse sarà anche merito degli accordi commerciali che la Russa ha concluso con Cina ed India o anche della nascita della banca dei BRICS. Comunque la mettiate, Putin a vinto nuovamente.

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