Barcellona. Vince il si sull’indipendenza, Rajoy non ci sente e si scatena l’inferno nelle città della regione

Quello che sta accadendo in Spagna in questi ultimi giorni lascia davvero senza parole. In un clima a dir poco infuocato, si è riuscito ugualmente a portare a termine il voto referendario, che ha sancito la volontà del popolo catalano di separarsi dalla Spagna.

Questo, grazie al voto di 2,26 milioni dei votanti approdati alle urne (molto sotto le attese anche per via della campagna di repressione messa in atto dal governo centrale spagnolo), che con il 90% dei Si hanno confermato la volontà popolare di indipendenza della regione catalana dalla Spagna. Anche alla luce di questo esito, non si placa la battaglia, ormai secolare, tra l’orgoglioso popolo catalano e l’intransigente Governo di Spagna, che come un tirannico sovrano impedisce al proprio suddito di scappare via dalla sua corte (il premier Mariano Rajoy ha definito tale referendum “una sceneggiata“).

La regione è diventata in questi giorni un autentico inferno: si continuano ancora a contare nelle varie città i feriti dovuti alle cariche della polizia davanti ai seggi e per le strade (in particolar modo a Barcellona e Girona); un ennesimo bilancio ufficiale parla di circa 900 feriti in cinque giorni di scontri e violenze. Martedì scorso uno sciopero generale ha interessato tutte le attività della regione, in tutta risposta all’atteggiamento di chiusura manifestato dal Premier Rajoy. Interrotti per l’occasione anche gli allenamenti ,e le tutte attività delle squadre dell’Espanyol, del Girona, e del Barcellona (lo stesso presidente del club Bartomeu ha assicurato: « faremo altre azioni»).

Di risposta, il Governo di Madrid ha in seguito ventilato la possibilità di ricorrere all’art.115 della Costituzione Spagnola, che prevede la facoltà per gli organi nazionali di governo di poter destituire i vari governi locali e regionali. Il presidente catalano Carles Puigdemont, vero promotore della scissione, ha dal canto suo affermato:

L’indipendenza è questione di giorni”.

La tensione resta altissima. La regione che reclama la tanto agognata indipendenza, il Governo di Madrid che non cede di un millimetro, respingendo al mittente tale richiesta. Un braccio di ferro tremendo, mai sopito negli anni, ma esploso con violenza in questi giorni. Un aspro confronto che affonda le sue radici nella storia. Più volte la Catalogna nel corso dei secoli si è vista non riconosciuta la propria indipendenza. Sul finire della guerra di secessione spagnola, l’avvento del nuovo sovrano Filippo V negò l’autonomia e tutti i privilegi di cui godeva il territorio fino a quel momento. Dopo un periodo di nuovo splendore, sotto la dittatura di Francisco Franco la regione fu di nuovo privata di tutti i propri diritti di autonomia, e la lingua catalana venne dichiarata illegale.

Il presidente catalano Puigdemont, aveva auspicato una “mediazione internazionale” per risolvere il dissidio con Madrid, ribadendo allo stesso tempo che “Abbiamo vinto il diritto all’indipendenza”. Ma da parte dell’Unione Europea vi era già stata una prima chiusura: tramite il suo portavoce, nella giornata di lunedì la stessa chiariva che”per la costituzione spagnola il voto non era legale”. Più distaccata ma dura allo stesso tempo la posizione dell’Onu, che auspicava un’accurata inchiesta per punire i responsabili delle violenze perpetrate ai danni di molti cittadini catalani nelle ultime ore.

Parole a sostegno del voto erano arrivate negli scorsi giorni da alcuni personaggi celebri del calcio: Pep Guardiola, allenatore del Manchester City, aveva affermato che il referendum fosse “assolutamente legale; sulla stessa linea anche Carles Puyol, ex difensore del Barcellona, che su Twitter postava che “votare è democrazia!”, mentre parole molto dure giungevano da Gerard Piquè, anche lui calciatore del Barcellona, che affermava come “quando in spagna non si votava c’era il franchismo’.

Dichiarazioni a sostegno del risultato del voto referendario catalano erano anche giunte da Matteo Salvini della Lega, e da Alessandro di Battista del Movimento 5 Stelle.

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato il re Felipe VI, che anziché ricomporre lo strappo tra i due contendenti, ha ben pensato di schierarsi totalmente dalla parte di Rajoy, definendo come irresponsabile la condotta della Catalogna, e apostrofando il referendum come un atto di codardia, e dichiarando inoltre che le autorità catalane hanno violato i principi democratici dello stato di diritto con slealtà inaccettabile. Peccato che lo stesso sovrano abbia totalmente dimenticato le violenze e gli oltre 900 feriti provocati dalla Guardia Civil incaricata di ripristinare l’ordine da parte del governo centrale spagnolo. Peccato che dimentichi tutti i soprusi subiti nella storia dallo stato catalano, da sempre realtà a parte nel territorio spagnolo. “Indegno” il primo commento della Sindaca di Barcellona Ana Colau al discorso di re Felipe VI.

La situazione resta ugualmente imprevedibile, e molto preoccupante. Il governo spagnolo non cederà ad una eventuale scissione della regione, da sempre una delle più ricche di Spagna, anche grazie al turismo. Dall’altra parte vi è un popolo orgoglioso delle proprie origini, forte di un risultato, che per quanto ritenuto illegale, verrà sempre fatto valere d’ora in avanti in ogni manifestazione, in ogni discorso pronunciato dalle autorità catalane. Il discorso tenuto ieri dal sovrano Felipe VI impartisce ora un duro colpo alle speranze degli indipendentisti, che vedranno ancora più dura la battaglia per il riconoscimento dei propri diritti. E ciò può voler dire nuovi scontri, nuovi feriti, nuove prepotenze del Governo Centrale, un rinnovato duro confronto con il Governo spagnolo per chissà quanti anni a venire.

La situazione resta esplosiva. Tra nazionalismi e rifiuti al dialogo, il caos regna totale in Catalogna. E non si vede la benché minima via d’uscita.

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