Attentati Parigi: “Omar disse di avere un jihadista pronto a colpire”, parla l’infiltrato Gian Joseph Morici

Parlare di terrorismo non è mai facile, parlare di un contesto in cui sono morte 130 persone, ancor di meno. Per parlare di questo oggi, ci ha voluto concedere un’intervista il giornalista, scrittore, ed editore del giornale online La Valle dei Templi.net, Gian Joseph Morici.

morici

Una vita interessante quella di Morici, un intellettuale, che sembra egli stesso quasi uscito da un libro o da un film, di quei polizieschi-noir a cui ormai il consumismo ci ha purtroppo disabituati. Morici nasce negli Stati Uniti, a Rochester, nel 1959. Di padre siciliano e madre americana, rientra presto nella paterna Sicilia, ad Agrigento. Una terra difficile, dove la presenza della mafia si vede, si sente e si prova sulla propria pelle. Così, decide di occuparsi anche di questa da giornalista e da scrittore, ricevendo minacce di morte di chiara matrice mafiosa, così come riportato da media nazionali e da interrogazioni parlamentari.

Tante sono le “magagne” politiche e mafiose portate alla luce durante la sua carriera. Coautore del libro “Vittime di Mafia”; scritto a quattro mani con Fabio Fabiano, il poliziotto scrittore che, dal 2010 è assegnato alla Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Agrigento, da anni a Parigi, dove la mafia c’è, ma il governo francese la chiama ancora “gran banditismo”; ma questo è un’altra storia. Negli ultimi 3 anni, Gian scopre qualcosa, se possibile, di ancor più inquietante: il terrorismo islamico vissuto dall’interno delle cellule.

Avvisiamo subito i lettori, sarà un’intervista ricca di silenzi eloquenti, perché non tutto può dire oggi Morici, probabilmente già finito nelle Kill List dell’ISIS, sicuramente molto di più dirà nel suo libro di prossima uscita in cui parlerà proprio della sua esperienza da infiltrato.

Morici non è nuovo al mondo dello jihadismo, lo segue dagli anni ’90, quando molti fondamentalisti che avevano combattuto nei Balcani rimasero in Bosnia a promuovere l’Islam più violento utilizzando il Corano per preparare i giovani all’odio e alla guerra contro i cosiddetti “nemici di Allah”.

Successivamente, continuando a scrivere di geo-politica con diversi passaggi anche su testate ed emittenti nazionali sia italiane che francesi, arriva ad interessarsi della guerra in Libia. Lì conosce Shadi, colui che da morto, sarebbe diventato il suo alter-ego virtuale.

“Inizialmente non mi resi neppure conto dello spessore che aveva nella rete jihadista. – ammette Morici – Shadi era invece un personaggio chiave nella rivolta libica, uno dei comandanti ai quali era stato affidato il compito di organizzare le brigate islamiste in Libia, prima dell’uccisione di Gheddafi. Tornato poi in Siria a combattere, venne fatto prigioniero da parte di estremisti di altre fazioni che avevano subito pesanti perdite a causa di scontri con il suo gruppo e per questo venne condannato a morte. Fu per caso che mi trovai a vedere un video girato con un cellulare in cui si mostrava un’esecuzione di massa. Tra i condannati vi era Shadi, che conoscevo in volto per essere stato in contatto tramite Skype quando lui era in Libia e io ancora non sapevo fosse organico alla frangia di al-Qaeda alla quale si deve la nascita dell’attuale Stato Islamico.”

E’ a questo punto che decidi di prenderne l’identità virtuale?

“Si, conoscendo anche il suo secondo profilo Facebook, in cui aveva il nome di ‘Abu’ – ovviamente il nome non è completo per motivi di sicurezza – , dal quale avevo preso ogni informazione ritenevo potesse tornarmi utile in futuro, decisi di farlo bloccare segnalandolo all’amministrazione della piattaforma e di aprine un nuovo assumendo la sua identità. Compresi a questo punto l’effettiva portata di Shadi, quando mi ritrovai a ricevere richieste di amicizia da parte di personaggi noti per la loro appartenenza ad organizzazioni terroristiche islamiche. Dopo aver accettato la loro amicizia, venni cooptato all’interno dei gruppi segreti che agivano su Facebook.”

Questi erano gruppi a cui nessuno che non fosse della “rete” poteva avere accesso?

“Beh, l’inserimento nei gruppi segreti avviene solo per cooptazione da parte di uno degli amministratori, posto che non è possibile conoscere l’esistenza del gruppo se non si entra a farne parte. Anche a conoscere il nome o la URL della pagina, si otterrebbe solo il messaggio di pagina non trovata.”

Quindi bastano alcune amicizie virtuali per essere catapultati nel mondo del fondamentalismo virtuale?

“Ovviamente no, per potersi infiltrare non basta la presunta amicizia virtuale con qualche estremista islamico ed il solo mantenimento di quei contatti: servono garanzie e garantiti. Tanto per fare un esempio, gli aspiranti combattenti che dall’Europa vogliono raggiungere le terre del sedicente Califfato devono munirsi della lettera di presentazione di uno sceicco o altra autorità riconosciuta che garantisce per la nuova recluta.

Nel mio caso, a fare da garanzia sulla mia appartenenza e fedeltà al mondo dell’integralismo islamico fu la mia capacità di spacciarmi per un vero e defunto – ma non ancora scoperto – combattente con ruoli di comando all’interno dell’ISIS, questo mi permise di entrare direttamente in contatto con quei soggetti che rappresentavano in Europa l’islam più radicale, i quali non si erano accorti che dietro al nuovo profilo del loro ‘fratello Abu’ ci fossi in realtà io.”

Qual’è archetipo dello jihadista medio? Provengono tutti dal fondamentalismo religioso?

“Molti combattenti nascono con le rivolte e le primavere arabe ed in quella precisa fase non facevano parte di gruppi terroristici organizzati, altri invece provenivano da Al- Qaeda, ma ne ho conosciuti altri che provenivano dal cosiddetto Esercito Libero Siriano e da Al Nusra.”

Nei gruppi in cui sei stato cooptato vi erano soltanto combattenti? Di che nazionalità erano?

“No, nei gruppi segreti in cui mi ritrovai ad essere cooptato operavano reclutatori, predicatori, jihadisti ed anche supporters, ovviamente soltanto coloro i quali venivano considerati come già reclutati; tutti di diverse nazionalità e residenti in diversi Paesi del mondo. A favorire il mio ingresso all’interno di questi gruppi, furono i collegamenti virtuali che avevo con profili Twitter e Facebook con soggetti come Shami Witness, seguito da oltre il 60% dei jihadisti stranieri, e i fondamentalisti londinesi Anjem Choudary e Mizanur Rahman i cui profili Facebook erano a me collegati. Furono loro la chiave che mi permise l’ingresso nel mondo dell’estremismo islamico europeo, in particolare quello inglese e quello francese. ”

Delle vere e proprie piazze di incontro per il fondamentalismo islamico insomma. Credi che tutti odiassero e volessero colpire l’occidente?

“Nelle conversazioni private con alcuni di loro emergeva la chiara volontà di colpire l’occidente. Qualcuno parlava anche italiano e c’era chi voleva colpire il nostro Paese”.

L’ultima frase ha sicuramente un’importanza non da poco. Secondo il tuo privilegiato punto di vista, il nostro Paese ha rischiato e rischia molto rispetto ad un attacco terroristico?

“Non è una considerazione che spetta a me fare.”

D’accordo. Hai conosciuto italiani?

“Sì, sono stato in contatto con molti italiani o comunque soggetti residenti in Italia. Tra i tanti con italiani, ce ne sono pure diversi che combattono in Siria e in Iraq.”

Sono molti i gruppi attivi in Italia? Puoi farmi qualche nome di persona o gruppo?

“Su questo preferisco mantenere il massimo riserbo. Posso solo dirti che diverse delle persone arrestate o espulse rientravano tra i miei contatti”.

All’interno di questi gruppi hai mai avuto l’impressione, da infiltrato, che ci fossero altri infiltrati, magari dei servizi di intelligence?

“No, all’intento dei gruppi segreti non ho mai avuto l’impressione che potessero esserci altri soggetti, anche perché l’accesso era davvero complicato ed ogni profilo ammesso doveva godere della piena fiducia dell’amministrazione del gruppo stesso, che ovviamente era formato da esponenti di riguardo del fondamentalismo. Così l’accesso ai gruppi diventa quasi impossibile. Nell’ipotesi in cui comunque un profilo dovesse essere scoperto, finisce automaticamente nelle Block List e talvolta nelle Kill List.”

Tu sei mai finito nelle Kill List? (nome che lascia poco spazio alla fantasia circa lo scopo della lista)

“Non so, sono finito nelle Kill List. Alcuni miei profili sono finiti nelle Block List, ma in particolare su di un profilo specifico, già finito nelle BL, so che si stava tentando strenuamente di risalire alla mia vera identità. Le Kill List infatti riportano le generalità delle persone da eliminare.”

Tu hai mai avuto modo di visionare queste liste?

“Durante la mia attività da infiltrato durate circa 3 anni, ho ricevuto diverse Block List con nomi e profili di infiltrati, ma anche alcune Kill List, all’interno delle quali riscontrai anche nomi di italiani.”

Hai avuto modo di capire chi fossero i soggetti che l’ISIS voleva eliminare con le Kill List?

“In genere, le vittime predestinate erano scelte al solo fine di servire da monito o per creare il panico. Qualche volta, invece, si trattava di persone appartenenti alle intelligence occidentali, i cui dati venivano forniti solo ad una ristretta cerchia, evidentemente al fine di poter meglio pianificare l’eliminazione fisica”.

Hai temuto potessero risalire alla tua vera identità?

“Il rischio di essere identificato era tutt’altro che aleatorio, visto che anche in Italia operava un hacking team e io ne ero a conoscenza”.

Le informazioni passavano solo dai social più comuni come Facebook e Twitter?

“Ovviamente no, nei contatti diretti si utilizzavano Telegram e Confide, ma anche le chat del deep web avevano un peso davvero significativo. Con Confide, ad esempio, i messaggi recapitati alla singola persona si autodistruggono una volta letti, questo rende praticamente impossibile il rintracciamento, inoltre non rende possibile gli screenshot, quindi è necessario fotografare con una fotocamera fisicamente lo schermo su cui si visualizza il messaggio per poter conservare i messaggi”.

Ed il deep web?

“Il deep web è il mondo sommerso di internet, dove non solo si possono usare chat irrintracciabili dalle forze dell’ordine, ma si possono acquistare anche armi e materiali per la realizzazione di esplosivi, così come anche le droghe, tra le quali il “Captagon”, una droga a base di anfetamina capace di far passare il sonno, la paura e la stanchezza; per questo divenuta la droga per eccellenza dei combattenti dell’ISIS.”

Tu segui il fondamentalismo islamico dagli anni ’90, a livello info-mediatico e tecnologico, come si è evoluto dai Balcani fino all’ISIS?

“Al- Qaeda è stata la prima organizzazione terrorista islamica molto attiva nel diffondere i propri messaggi attraverso la rete. Da allora, i cambiamenti sono stati molteplici. Inizialmente avevamo i video che venivano caricati in siti particolari che rendevano i video ad uso e consumo interno alla rete fondamentalista, poi con YouTube ebbero più riscontro mediatico. L’ISIS invece, a differenza di questi gruppi, ha creato un vero e proprio network jihadista, utilizzando i socialnetwork, utilizzando propri siti di informazione ben realizzati, addirittura utilizzando proprie riviste come il noto ‘Dabiq’ o l’agenzia stampa ‘Amaq’.”

In che modo questa evoluzione è stata funzionale agli scopi terroristici?

“La struttura su Twitter e Facebook permetteva di raggiungere tantissime persone e metterle in contatto tra di loro, è ovvio che il contatto tra questi soggetti prevalentemente avveniva in maniera privata o tramite i gruppi segreti, quantomeno per quanto riguarda i combattenti e dei soggetti che potremmo definire ‘più pericolosi’. Dall’interno dei gruppi segreti il messaggio veniva poi diffuso al pubblico a cascata: prima nei semplici gruppi chiusi all’interno dei quali potevano esserci da poche centinaia fino a oltre 20mila profili tra cui anche molti ‘semplici’ supporters e simpatizzanti, successivamente o contemporaneamente, il messaggio veniva pubblicato anche dai profili pubblici per raggiungere quanto più pubblico possibile. Con il tempo tuttavia, durante i 3 anni durante i quali sono stato infiltrato, l’ISIS, a seguito dell’eliminazione di molti profili e della sempre più pressante attività di intelligence, si spostò anche su altre piattaforme come le prime citate Telegram, Confide e deep web”.

Durante il tuo periodo da infiltrato, hai avuto modo di venire a conoscenza di preparativi per degli attentati o attività criminali legati al fondamentalismo?

“Ti cito una delle circostanze dalle quali si potevano evincere i preparativi di attacchi imminenti. A maggio 2015 seguivo una conversazione che trattava delle ‘pessime abitudini occidentali’ ed in cui si faceva esplicito riferimento a bar, discoteche e luoghi simili, in una chat privata, in cui un soggetto che si faceva chiamare Omar disse di avere un ‘candidato per un viaggio gratis a Parigi per un incontro alla Torre Eiffel in tuta arancione’. L’obiettivo era chiaro: bar, discoteche e luoghi pubblici affollati, anche la città era chiara, ed era chiara anche la disponibilità di Omar a fornire un kamikaze. Fatalità vuole che si scopra che i fatti avvenuti il 13 novembre 2015 proprio a Parigi, vennero organizzati mesi prima e che i luoghi, la città e tutto il contesto sia il medesimo di quello indicato in quella conversazione. Inoltre ti posso dire che alcuni dei jihadisti che agirono al Bataclan in quel novembre 2015 erano soggetti che io avevo già identificato mesi prima.

Questo cosa significa, che si potevano evitare? – si chiede tra sé e sé – No, in quel caso non si poteva mettere tutta Parigi sotto controllo, tutti i ristoranti, tutti i bar; ma sicuramente alcuni attentati o piani possono essere sventati in tempo utile.”

Del tuo operato erano al corrente i sevizi di intelligence?

“Non chiedermi altro. Come detto, posso solo dirti che tantissime delle persone arrestate o espulse, non solo in Italia, facevano parte della cerchia dei miei collegamenti virtuali da infiltrato.”

Dalla tua esperienza, cosa dovrebbero fare i governi per aumentare la sicurezza dei cittadini davanti ad un pericolo come quello del terrorismo islamico?

“L’errore non sta negli apparati, l’errore, a mio avviso, è di natura politica. Perché anche da noi ci si rifarà ad una legge anti-terrorismo che prevede la figura dell’infiltrato, ma soltanto di recente. Diciamo che molti altri Paesi sono molto più all’avanguardia. Negli Stati Uniti, così come in Russia, molti degli arresti che sono stati fatti grazie ad infiltrati e ‘agenti provocatori’. In Italia la figura dell’agente provocatore non esiste, è illegale; cioè se in Italia un agente proponesse di fare un attentato per arrestare l’attentatore prima che possa portare a termine l’azione, quindi di dargli un appuntamento, sarebbe perfettamente illegale. In altri Paesi esistono e non sono illegali. La stessa figura dell’infiltrato, come appartenente alle forze dell’ordine, prima della legge anti-terrorismo non era nemmeno prevista, figuriamoci come si può smantellare un’organizzazione senza un controllo interno. Un semplice monitoraggio esterno, e quindi l’indagine, non porterebbe a grandi risultati. Ma questa non è colpa degli apparati, ma di una politica distratta ed assente rispetto a queste vicende. – conclude Morici – Ci sarebbe poi da capire quali sono gli interessi di una Paese in quel preciso momento, perché a seguito di alcuni fatti che riguardano anche altre nazioni, può venire il dubbio che ci siano interessi ben diversi da quelli che sono gli interessi della sicurezza del Paese in quanto tale. Noi sappiamo che dopo tali fatti si è assisto all’aumento della vendita delle armi, risaliamo a qualche giorno fa, la milizia dell’Arabia Saudita avrebbe utilizzato armi italiane per combattere. Nessuno può dire se tutto ciò sia stato funzionale alla vendita delle armi, però c’è da interrogarsi sull’incapacità dei governi o su quelli che potevano essere gli interessi diversi che passano al di sopra delle nostre teste.”

Sicuramente delle dichiarazioni molto importanti quelle che Gian Joseph Morici ci ha voluto rilasciare e che sicuramente ci invitano a riflettere molto rispetto al reale mondo che ci circonda e che è ben diverso da quello che traspare dai media di massa. Morici parla di un mondo vero, crudo, pericoloso e spaventosamente vicino e reale. Ai comuni lettori non resta dunque che attendere la pubblicazione del suo prossimo libro.

Di Sean Gulino

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Sean Gulino

Informazioni su Sean Gulino

Nato a Partinico (PA), ma saccense. Ha sempre vissuto a Sciacca, dove fin da giovanissimo si è appassionato alla politica locale. Scrive da quando aveva 17 anni, scrive di tutto perché "così è giusto che sia". Ha scritto principalmente per il giornale ControVoce di Sciacca e per il Blog Fatti&Avvenimenti, ma suoi articoli sono apparsi anche sui quotidiani La Valle dei Templi.net, LinkSicilia (MeridioNews), La Voce di New York e tanti altri giornali agrigentini, regionali, nazionali ed internazionali. Da Gennaio 2017 è corrispondente italiano per la rivista francese Lumieres Internationales Magazine. Scrittore a tempo perso. E' anche uno studente di Giurisprudenza. Coltiva da anni la passione della musica e del canto ed ha una sua band. Non chiedetegli cosa voglia fare da grande, perché non lo sa.

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